Misurare l’indice ABI in 3 semplici mosse

bpd

MESI ABPI MD è il dispositivo per la misurazione dell’indice caviglia-braccio più veloce al mondo.
Al contrario della sonda Doppler manuale, il dispositivo MESI ABPI MD esegue una misurazione dell’ABI automatizzata. La tecnologia innovativa consente al dispositivo di fornire risultati precisi e oggettivi in base ai quali i medici possono diagnosticare la arteriopatia periferica con grande sicurezza.

Precisione e Velocità

Sistema avanzato di rilevamento degli errori

Il software intelligente impedisce risultati falsi anche in caso di ischemia critica o calcinosi mediale e offre ai medici tutta la sicurezza di cui hanno bisogno.

Algoritmo unico per il calcolo della pressione arteriosa della caviglia

Non è possibile misurare la pressione sanguigna nelle caviglie con un dispositivo per la pressione arteriosa brachiale. Pertanto il nostro algoritmo è diverso, sviluppato pensando all’anatomia della caviglia umana.

Tecnologia basata sui bracciali

I sensori di pletismogra a rilevano i più piccoli cambiamenti di volume. La facilità di utilizzo esclude la possibilità di un errore umano e non è necessaria un’ulteriore formazione.

Misurazioni simultanee

Dato che la pressione sanguigna cambia in continuazione, una misurazione simultanea è cruciale per evitare gli errori derivanti dal usso di pressione sanguigna.

Attenzione per l’utente

Facilmente trasportabile grazie al supporto ad hoc. Dotato di batteria a lunga durata ricaricabile.
E’ possibile salvare ogni misurazione nel proprio computer con l’App MESI results che viene fornita gratuitamente con il dispositivo.

LESIONI TROFICHE DEGLI ARTI INFERIORI

Fisiopatologia clinica e diagnosi differenziale nelle ulcere vascolari a diversa eziologia

Per la loro prevalenza nell’ ambito della pratica clinica il discorso rimarrà essenzialmente incentrato sulle ulcere degli arti inferiori. Nell’ ambito di queste, accanto alle ulcere neurotrofiche, tipicamente localizzate al di sotto della callosità o nei punti di pressione, come la faccia plantare della prima o della quinta articolazione metatarso-falangea, solitamente indolenti e caratteristiche di diabetici di lunga data con ipoestesia irregolare, riconoscono una eziologia vascolare quelle ischemiche e quelle da stasi (c.d. “ulcera venosa “). L’ulcera di tipo ischemico causata di solito da una occlusione aterosclerotica di un grosso vaso, ma può nche insorgere a causa di una insufficienza dei piccoli vasi, come nel caso della tromboangioite obliterante (m. di Buerger) o nel caso della arteriopatia e vasculite associate al diabete . La sede abituale è il dorso del piede o a livello delle dita, ma possono anche essere pretibiali. Sovente i soggetti portatori di queste ulcere hanno già avuto in passato una diagnosi di arteriopatia obliterante cronica con indice di Winsor nettamente diminuito e polsi periferici iposfigmici o non palpabili . Più raramente l’ ulcera è l’ esito di un evento acuto . Questo tipo di ulcera è caratteristicamente accompagnato da dolore che può essere diffuso a tutto l’ avampiede, si presenta anche di notte e viene alleviato dalla posizione declive dell’ arto.Man mano che si cronicizzano queste ulcere tendono a presentare dei margini sottominati, con fondo con scarso tessuto di granulazione, grigiastro, e la pulizia provoca scarso sanguinamento . La cute circostante è sovente marezzata o pallida . Possono accompagnarsi altri segni di ischemia cronica come l’ ispessimento delle unghie, l’ atrofia della cute degli annessi cutanei e del sottocute.

Le ulcere da stasi

Le ulcere da stasi hanno invece localizzazione preferenziale al malleolo mediale e in una zona definita “a ghetta” . I meccanismi coinvolti nel determinismo dell’ ulcera venosa sono molteplici, complessi e non ancora del tutto conosciuti.

  1. si ritiene comunemente che l’ eziopatogenesi sia riconducibile all’ ipertensione venosa che perdurando nel tempo determina un progressivo esaurimento del reflusso venoarteriolare di origine 0dilatazione, con ingorgo venulo – capillare e conseguente permeabilità capillare . La fuoriuscita dai capillari verso l’ interstizio di liquidi, fibrinogeno e macromolecole favorisce la formazione di manicotti perivascolari di fibrina (fibrin cuff ), impedendo la fisiologica diffusione di ossigeno e sostanze nutritive verso l’ interstizio ( o terzo spazio).
  2. D’ altra parte entra in gioco il rallentamento del flusso microcircolatorio che favorisce lo sviluppo di CO2, con conseguente vasodilatazione ed ingorgo venulo – capillare.
  3. Un altro fattore di importanza rilevante è svolto dai leucociti . Il peggioramento della viscosità macrocircolatoria ( dovuta alla fuoriuscita di liquidi e al rallentamento circolatorio ) determinano un intrappolamento nei microvasi , con adesione all’ endotelio ( plugging ) e formazione di tappi leucocitari.

L’ ischemia determinata dall’ intasamento leucocitario aggrava ulteriormente la permeabilità capillare e attiva l’ aggregazione piastrinica. Il risultato finale di queste complesse operazioni fisiopatologiche è la formazione di microtrombi e un generale sovvertimento dell’ assetto microcircolatorio . In questa situazione di anarchia microcircolatoria, il sommarsi di micro e macro-traumi, l’ uso di topici allergizzanti, piccole infusioni microbiche e micotiche, portano facilmente all’ ulcera cutanea . , l’ insufficienza della vena safena senza insufficienza delle vene perforanti si associa solo raramente alla formazione di ulcere (c.d. ulcere varicose superficiali ) e queste risultano in genere facilmente guaribili . Anche una insufficienza delle vene profonde senza insufficienza delle vene perforanti come causa di ulcera è condizione poco comune anche perchè molti pazienti con insufficienza venosa profonda sviluppano rapidamente insufficienza delle vene perforanti, sia perchè la trombosi responsabile della insufficienza venosa profonda danneggia anche le valvole delle vene perforanti, sia perchè l’ ipertensione delle vene profonde dilata le vene perforanti, cosicchè le loro valvole diventano secondariamente insufficienti. La situazione quindi più frequentemente associata alla ulcerazione è quella di insufficienza delle vene perforanti, che può essere associata o meno a gradi di insufficienza e/o ostruzione venosa, condizione questa ultima che determina la formazione delle ulcere venose più gravi e più resistenti al trattamento . Il dolore, se presente, è generalmente di grado moderato e trova sollievo nel sollevamento dell’ arto . E’ sovente un’ ulcera con margini irregolari, poco profonda, con fondo umido . E’ sempre circondata da una zona di dermatite da stasi . Alla manipolazione ci può essere un sanguinamento più o meno marcato. Vi possono essere altri sintomi e segni legati all’ insufficienza venosa cronica, come edema, dermatite con pigmentazione cutanea, varici venose . Le due condizioni, ISCHEMICA e DA STASI, possono coesistere e concorrere entrambe alla formazione di ulcere, solitamente localizzate alla caviglia, soprattutto nei soggetti anziani . In questi casi sono i segni della componente venosa quelli più immediatamente presenti, mentre quelli di natura ischemica vanno attentamente ricercati con l’ esame dei polsi ed eventuale indagine doppler . Accanto a quelle descritte sopra, che di per sè coprono il 95 % delle ulcere di gamba, vi sono casi generalmente difficilmente classificabili, tranne nel caso dell’ ULCERA DA VASCULITE, ulcere associate a artrite reumatoide o ad altra patologia del collageno, l’ ULCERA IPERTENSIVA e l’ ULCERA LUETICA. Inoltre è da segnalare che le ulcere di vecchia data, resistenti alla terapia, possono essere espressione di una sottostante osteomielite od essere espressione di una lesione tumorale secondaria . Ancora è da tenere presente che ulcere di gamba possono essere espresione di FISTOLE ARTERO-VENOSE, con quadro di dilatazione delle vene superficiali che, a differenza semplici varici, sono pulsanti.

Il bendaggio

Nonostante i progressi e i perfezionamenti raggiunti nel trattamento medico e chirurgico dell’insufficienza venosa, la terapia compressiva continua ad essere alla base della cura della patologia venosa. Vi sono diversi tipi di terapie compressive che non sono tra loro in alternativa, ma che vengono utilizzate nei diversi momenti terapeutici. Non è lo stesso per quanto riguarda le singole tecniche di bendaggio. Molte tecniche offrono gli stessi vantaggi. La scelta della tecnica è determinata dalle condizioni anatomiche, dalle dimensioni dell’edema e dall’esperienza personale. Bendare è una pratica antica ed il bendaggio è una tecnica precisa che può immobilizzare , proteggere , drenare . L’elastocompressione è un’arte ed una scienza che richiede abilità, un’appropriata formazione ed una supervisione nella fase iniziale. Ogni bendaggio esercita una pressione al suo interno, diretta verso il centro. Nel trattamento della stasi questa pressione viene usata con un duplice scopo: ridurre il ristagno di liquidi a livello extravasale ed aumentare la velocità di flusso a livello venoso. Entrambe queste condizioni concorrono a ridurre l’edema.

Fisiologia della circolazione venosa ed elastocompressione

Il flusso venoso in ortostatismo avviene contro la forza di gravità e non dispone di un vero propulsore, come nel caso del sistema arterioso. Il flusso è di tipo laminare e trova minor attrito in vasi di forma ellittica . Il bendaggio tende ad ovalizzare le vene superficiali, comprimendole contro gli strati muscolari profondi a maggior densità . In questo modo consente il raggiungimento di un’ottimizzazione del flusso. Inoltre il flusso venoso ,in condizioni fisiologiche , è monodirezionale in senso centripeto e dalla superficie alla profondità: ciò è garantito dalle valvole a nido di rondine presenti nelle vene. Tuttavia patologie a carico del sistema venoso possono distruggere tali valvole rendendo bidirezionale il flusso. Un bendaggio ben eseguito determina un gradiente di pressione in senso centripeto ; questo a sua volta produce nel fluido venoso unidirezionalità e di conseguenza riequilibrio. Quindi il bendaggio è un supporto artificiale esterno che favorisce il ritorno venoso ed è applicabile sia ai soggetti a rischio di insufficienza venosa ,sia a coloro che l’abbiano già manifestata.

Scopi dell ‘ elastocompressione

Esercitare una pressione dosata sui tessuti e sulle vene ,in rapporto alla capacità che l’individuo ha di deambulare.
Controllare l’edema.
Contrastare gli effetti negativi dell’ipertensione venosa persistente.
Migliorare l’ossigenazione e l’apporto nutrizionale dei tessuti.

Effetti dell’elastocompressione sul macrocircolo

· Riduzione del calibro delle vene superficiali e profonde
· Riduzione dei reflussi patologici superficiali e profondi
· Riduzione del volume ematico
· Miglioramento della pompa muscolare
· Riduzione delle pressioni deambulatorie
· Accelerazione del trasporto linfatico
· Aumento della fibrinolisi
· Incremento dell’elasticità della parete venosa

Effetti sul microcircolo

· Diminuzione dell’ectasia capillare
· Blocca l’inspessimento della membrana basale
· Diminuzione dell’edema interstiziale
· Miglioramento delle condizioni fisico – chimiche interstiziali
· Diminuzione della pressione endolinfatica
· Aumento della velocità di flusso nei capillari

Teoria dell’elastocompressione

Ogni bendaggio esercita una pressione che può essere calcolata applicando la legge di Laplace ,la quale afferma come la pressione sia direttamente proporzionale alla tensione e inversamente proporzionale al raggio. Pressione = tensione (diviso) Raggio Dunque si tratta di una pressione che agisce in direzione concentrica. La legge di Laplace può fornire utili indicazioni (ad esempio maggiore è il diametro dell’arto, minore è la pressione) ma non tiene conto delle variabili che il bendaggio presenta. La formula di Laplace modificata ,invece , afferma come la pressione sia direttamente proporzionale alla tensione ,alla forza dell’operatore ,al tipo di benda e al numero di strati di benda applicati; al contrario risulta inversamente proporzionale al raggio dell’arto all’altezza della benda e alla densità dei tessuti Pressione =tensione x operatore x tipo di benda x numero di strati Raggio x altezza della benda x densità dei tessuti Bendando occorre esercitare una pressione di almeno 20-30 mmHg alla caviglia, decrescente verso il ginocchio. Tuttavia il valore teorico della pressione necessaria deve sempre essere rapportato alla compliance del paziente.

Azione del bendaggio compressivo

I bendaggi possono essere distinti in base al tipo di pressione esercitata oppure alla modalità del lavoro che essi compiono. Possono svolgere una pressione di riposo :questa pressione agisce quando l’arto è a riposo, con conseguente diminuzione del tono muscolare. E’ determinata dalla memoria elastica della benda: più estensibile è la benda, maggiore è la pressione di riposo. La pressione di lavoro è la pressione che si esercita durante la contrazione muscolare. Questa pressione è determinata dalla compressione che si esercita fra il muscolo e la benda :il muscolo, per contrarsi, aumenta il diametro e quindi occupa spazio; il bendaggio può determinare lo spostamento di questo spazio all’interno dell’arto, agendo quindi come una pompa. Meno estensibile è la benda ,più elevata è la pressione di lavoro. Queste due pressioni dipendono quindi dalle caratteristiche delle bende che vengono impiegate. Il bendaggio compressivo è sempre da sconsigliare in caso di insufficienza cardiaca congestizia in fase di scompenso. In ogni caso prima di eseguire elastocompressione è necessario escludere la presenza di malattie arteriose. A questo scopo può risultare utile l’utilizzo dell’ultrasuono doppler.

Diagnostica vascolare

Allo stato attuale le tecniche diagnostiche per lo studio del circolo venoso sono numerose. Le più comunemente usate sono il doppler ad onda continua ,l’ ecodoppler, l’ecocolordoppler e l’arteriografia. E’ possibile, utilizzando un apparecchio doppler ad onda continua ,ricercare l’indice caviglia braccio (o indice ABI) e sapere se il paziente può essere bendato o deve essere inviato al chirurgo vascolare. Quindi è uno strumento non per fare diagnosi, ma per escludere la patologia arteriosa , utilizzando in modo appropriato la tecnica dell’elastocompressione ,efficace più della medicazione topica nel 70% delle lesioni vascolari. Il doppler ad onda continua, nel quale l’immissione degli ultasuoni avviene continuamente ,può essere unidirezionale oppure bidirezionale a seconda che sia in grado di analizzare solo la presenza di flusso all’interno del vaso oppure anche rilevare se il flusso è diretto verso la sonda o se ne allontana. La sonda da utilizzare deve essere da 8 a 10 MHz. L’interpretazione dell’esame si basa sul reperto acustico. Il doppler ci permette di verificare la presenza di polsi arteriosi in arti edematosi ,dove la loro palpazione risulta impossibile. E’ quindi possibile evidenziare la concomitanza di arteriopatia nelle lesioni degli arti inferiori .Per escludere un’arteriopatia obliterante è possibile eseguire la rilevazione dell’indice ABI: dopo aver posto il paziente supino ,averlo fatto riposare per circa 20 minuti ed aver rimosso le medicazioni dalle ulcere (si proteggono solo con film di poliuretano) ,l’operatore metterà successivamente uno sfigmomanometro al braccio e alla caviglia del paziente. Con il doppler si reperiranno i segnali a livello omerale e tibiale (o pedideo) : si gonfierà il manicotto oltre il valore che determini la scomparsa del segnale ,quindi si procederà a lento sgonfiaggio del manicotto fino alla ricomparsa del segnale doppler che indica puntualmente il rilievo pressorio nei due distretti (pressione massima) .La rilevazione dovrà essere effettuata a tutti e due gli arti inferiori e superiori e verrà scelto il valore pressorio più alto sia per la brachiale che per la tibiale. Si effettuerà infine il rapporto tra i due valori pressori (pressione caviglia pressione braccio)
1.0 – 1.3 valore normale :si può effettuare elastocompressione
0.8 – 1.0 patologia arteriosa :compressione con prudenza
0.5 – 0.8 patologia arteriosa : controindicata la compressione
inf. 0.5 stenosi arteriosa severa :no compressione. Contattare con urgenza chirurgo vascolare
Ø 1.3 contattare con urgenza lo specialista vascolare.

Fattori influenzati l’ABI

· Inadeguata temperatura della stanza
· Paziente e/o esaminatori non rilassati
· Inadeguato gel
· Scorretta posizione del paziente
· Inappropriata sonda doppler
· Pressione eccessiva della sonda sul vaso
· Sgonfiaggio troppo rapido del manicotto
· Spostamento della sonda doppler durante l’esame
· Inesperienza dell’operatore

La rilevazione dell’indice ABI è sconsigliata in pazienti con trombosi venosa profonda.

[Tratto da: www.infermierimilano.it

Sole Protector – Repose

sole-protector

Dispositivo disegnato per proteggere la pianta del piede se a contatto con la fine del letto.

Particolarmente indicato in caso di piede equino o per pazienti che hanno la tendenza a scivolare verso la fine del letto.

Possiede cinghie di fissaggio in poliuretano per garantire la massima aderenza alla sponda del letto e anche la facilità di pulizia.

La Linea Repose

La Linea Repose è un insieme di prodotti disegnati specificatamente per l’uso nella prevenzione ed il trattamento delle ulcere da pressione attraverso il principio dell’immersione. Si tratta di prodotti ad aria, non alimentati, facili da usare, portatili e utilizzabili su più pazienti.

Come funzionano?

Tutti i prodotti sono interamente in poliuretano e hanno al loro interno un’unica cella d’aria comunicante che permette all’aria di redistribuirsi automaticamente ad ogni minimo spostamento del paziente. Vengono gonfiati tramite una pratica unità di gonfiaggio (che è anche la custodia) all’interno della quale è possibile riporre il prodotto.

La valvola di gonfiaggio è stata brevettata come valvola “intelligente” che si chiude automaticamente quando la pressione interna raggiunge gli 0.2 psi (0,01379 bar) e fornisce, quindi, la garanzia che il prodotto Repose non possa essere gonfiato più del dovuto.

Linea Repose. La cura intelligente.

Quali sono i benefici della linea?

  • Alta qualità: tutti i prodotti subiscono stress test molto restrittivi prima di essere venduti, tra cui la prova di gonfiaggio al doppio della pressione normale e un test di simulazione seduta paziente pari a 30.000 cicli.
  • Studi clinici: tutti i prodotti hanno comprovati studi clinici che, da più di 20 anni, ne dimostrano la reale efficacia nella prevenzione e nella cura delle ulcere da decubito.
  • Ottimo rapporto qualità prezzo: la possibilità di utilizzo su più pazienti e la garanzia di due anni consentono di ottimizzare il costo con un risparmio evidente lungo tutto il ciclo di vita del prodotto.

Tutti i prodotti della linea Repose sono importati da GCare e prodotti da FrontierMedical Group

[Tratto da: www.servicemed.it ]

Scegliere e indossare la scarpa giusta

curaPiedi
La scarpa nel piede diabetico protegge contro i traumi, le temperature estreme e la contaminazione. Le persone con diabete che non hanno perso la sensibilità protettiva possono utilizzare scarpe comuni.

  • L’utilizzo di calzature adeguate è raccomandato per tutti i soggetti diabetici con neuropatia periferica e/o ischemiaanche se non hanno mai avuto lesioni (prevenzione primaria). L’utilità di questo approccio viene suggerito dalla conoscenza della fisiopatologia della lesione, anche se non sono ancora stati pubblicati dati sull’efficacia della calzatura nella prevenzione primaria delle lesioni.
  • Quando si parla invece di prevenzione secondaria, cioè in soggetti diabetici che hanno già avuto un’ulcera al piede, è assolutamente obbligatorio l’utilizzo di una calzatura idonea rappresentata da una scarpa con suola rigida munita di un inserto plantare da calco. Questo tipo di scarpe permette la riduzione delle pressioni plantari e numerosi studi scientifici ne hanno documentato la capacità di ridurre significativamente il numero di recidive.
  • È importante sottolineare la necessità di indossare sempre plantari con scarpe adeguate, in quanto un plantare di scarico non può essere inserito all’interno di una calzatura normale che diventerebbe troppo stretta e potenzialmente lesiva; inoltre l’inserto plantare, per poter continuare ad esercitare il suo effetto ammortizzante, dovrebbe essere cambiato almeno ogni 6 mesi.
  • In Italia esiste una legge (DM Sanità 28 dicembre 1992) che prevede la fruizione gratuita di un paio di scarpe protettive ogni 18 mesi, e di un inserto plantare ogni 6 mesi per tutti gli individui con una invalidità civile riconosciuta di almeno il 34%.

 

Abituarsi gradualmente alle scarpe nuove

  • Evita di indossare per molte ore di fila scarpe appena acquistate, per evitare la comparsa di vesciche.
  • Inizia con 1-2 ore ogni giorno, aumentando di 1ora progressivamente.
Controllare l’interno delle scarpe prima di indossarle

  • Può essere utile scuoterle per eliminare eventuali granelli di polvere o sassolini.
Assicurarsi che le scarpe siano comode

  • Per evitare dolori e callosità, le calzature devono essere comode per quanto riguarda lunghezza, larghezza e altezza
  • Devono calzare adeguatamente, non comprimere le dita, senza essere né troppo strette (una volta allacciate) né troppo larghe
  • I piedi dovrebbero poggiare su un supporto morbido
  • Attenzione a suola e tacco che influenzano la postura
  • La tomaia deve essere naturale: è ottima la pelle, che lascia passare l’ossigeno ed è in grado di cedere all’esterno l’umidità
  • Solette morbide possono essere utili per proteggere temporaneamente le zone danneggiate prima della valutazione del podologo
Comprare le scarpe preferibilmente nel tardo pomeriggio

  • quando i piedi sono un po’ gonfi.
Indossare calzature specifiche di alta qualità

  • Scarpa extrafonda per l’inserimento del plantare di scarico
  • Utilizzo di pellame morbido e senza cuciture interne
  • Punta ampia e spaziosa per evitare sfregamenti e compressioni sulle dita a martello
  • Punta rialzata per favorire lo stacco dal terreno
  • Suola in materiale antiscivolo e che ammortizzi le pressioni
  • Tacco non troppo alto, smussato per facilitare il “rotolamento del passo”
Chiedere consiglio al podologo

  • L’esperto potrà valutare l’opportunità o meno di acquistare scarpe “preventive” specifiche.
  • Potrebbe, inoltre, consigliarti di eseguire la valutazione dell’appoggio plantare presso un ortopedico specializzato nel piede diabetico. Viene eseguita attraverso un esame chiamato podobarografia.
A ciascuno la sua scarpa

  • L’appoggio errato, con picchi di pressione, viene corretto attraverso l’uso di plantari riequilibranti. Le scarpe dovranno essere predisposte per contenere insieme il piede e il plantare e in parallelo a difenderlo da frizioni e pressioni. Tali scarpe devo essere preformate in modo anche da poter alloggiare eventuali deformità individuali.
  • Per la prevenzione di un’ulteriore ulcerazione in chi ne ha già sofferto, sono necessarie scarpe a suola rigida, con plantari su calco o, se l’ulcera ha implicato un intervento di amputazione minore, una scarpa su misura.

[Tratto da: www.diabete.com ]

Alcuni cenni sugli aspetti legali, delle lesioni da decubito.

CONSIDERAZIONI SULLA RESPONSABILITA’
INFERMIERISTICA IN VULNOLOGIA

Articolo originale in:
Helios n°2/2002;
Paola Gobbi, Infermiera Caposala, Garbagnate Milanese (MI)
www.piagadadecubito.it;
Paolo Pacitto, Infermiere, Daniela Filosa, studentessa in scienze Infermieristiche
Premessa:
Le lesioni da decubito non sono una conseguenza inevitabile di elementi concomitanti
quali: l’età avanzata, la necessità di seguire terapie citostatiche, la permanenza a letto
per lunghi periodi e la prolungata immobilità.
Esse rappresentano, purtroppo, il perfetto fallimento dell’assistenza in ambiente
ospedaliero e domiciliare. Il vero problema non risiede nel numero di lesioni da decubito
registrato in un reparto, ma nell’esiguità del tempo di assistenza infermieristica spesso
dedicato a tale patologia.
La prevenzione ed il trattamento delle lesioni cutanee, costituiscono un’area importante
dell’assistenza infermieristica sia in ambito ospedaliero che domiciliare. La nuova
normativa introduce indicatori per misurare l’efficacia delle strutture, il rispetto dei diritti
dell’utente e la qualità dell’organizzazione. Uno degli indicatori presenti fra i 79 del
D.P.R. 14/1/97 si riferisce al numero di utenti con lesioni da pressione per valutare le
qualità delle strutture e la qualità dell’assistenza erogata.
L’utilizzo e la condivisione, da parte di tutti gli operatori sanitari, di linee guida per la
prevenzione ed il trattamento delle lesioni da pressione conduce ad una riduzione
dell’insorgenza di tale fenomeno, nonché ad un miglioramento delle prestazioni
assistenziali.
Gli obiettivi generali che hanno portato alla definizione delle linee guida di prevenzione
e cura delle lesioni da decubito, sono:
– migliorare le prestazioni infermieristiche, attraverso l’adozione di un linguaggio
comune e di una pratica standard;
– ridurre l’incidenza delle lesioni da pressione e la durata dell’ospedalizzazione e/o delle
cure domiciliari;
– limitare i costi mediante l’utilizzo appropriato delle risorse materiali ed umane;
– utilizzare tale indicatore per valutare la qualità dell’assistenza infermieristica.

Considerazioni:
Con l’abrogazione del D.P.R. n. 225/’74, noto anche come “mansionario degli infermieri
professionali”, e con l’introduzione del decreto legislativo n. 42/’99, “Disposizioni in
materia di professioni sanitarie”, le responsabilità professionali ed infermieristiche
hanno assunto maggior rilievo, modificando la figura, e quindi il ruolo, dell’infermiere.
Infatti, con il mansionario egli poteva compiere attività (“mansioni”) di cui rispondeva
limitatamente alla corretta esecuzione e non al risultato finale del processo in cui la
prestazione stessa era inserita. Oggi, il legislatore definisce nell’art. 1, comma 1, che
l’infermiere è “l’operatore sanitario… responsabile dell’assistenza generale
infermieristica”.
La stesso legislatore, nel comma 2, dispone che “l’assistenza infermieristica è di natura
tecnica, relazionale ed educativa, le cui principali funzioni sono la prevenzione delle
malattie, l’assistenza dei malati e dei disabili di tutte le età e l’educazione sanitaria”;
inoltre, individua in essa le principali fasi del processo, ovvero: “l’infermiere… identifica i
bisogni di assistenza infermieristica della persona e della collettività e formula i relativi
obiettivi; pianifica, gestisce e valuta l’intervento assistenziale infermieristico”.
Da ciò, naturalmente, si evince che l’infermiere non è solo responsabile delle
prestazioni erogate, bensì la sua responsabilità si estende dall’identificazione dei
bisogni che l’utente manifesta e non è in grado di soddisfare autonomamente, alla
pianificazione e attuazione degli interventi infermieristici, nonché alla valutazione dei
risultati ottenuti, e quindi verificare se effettivamente l’utente ha soddisfatto i propri
bisogni.
LE FASI DEL PROCESSO DI ASSISTENZA INFERMIERISTICA
– identificazione dei bisogni;
– determinazione degli obiettivi;
– pianificazione e attuazione degli interventi;
– valutazione dei risultati.
Dopo aver premesso ciò, risulterà evidente che un’inosservanza degli operatori sanitari,
essendo suffragati da disposizioni legislative, potrà essere perseguita in sede giudiziale.
In merito alla prevenzione e al trattamento delle lesioni cutanee dovute ad un
prolungato allettamento, basti pensare alla sentenza n. 316/’04 del Tribunale di Roma,
che ha condannato un’ ospedale e il primario del reparto ospedaliero, in solito tra loro,
al risarcimento di € 89.777,92 per aver dimesso una paziente con piaga da
decubito,(causa iniziata quando ancora esisteva il mansionario dell’infermiere, il giudice
ha ritenuto opportuno condannare il direttore dell’unità operativa, oggi con le attuali
normative professionali “abrogazione del mansionario” l’infermiere veniva preso in
causa per il risarcimento) che dopo 6 mesi è deceduta. Oggi con le vigenti normative gli
operatori sanitari, nel nostro caso gli infermieri, hanno l’obbligo di attuare interventi
assistenziali atti a prevenire l’insorgenza delle lesioni da decubito in soggetti
potenzialmente a rischio di sviluppo, e ad attuare adeguatamente e tempestivamente
un trattamento efficace delle lesioni già esistenti, in quanto sviluppatesi al domicilio, in
altre strutture ospedaliere, ecc…
Per prevenire l’insorgenza di tali lesioni, l’assistenza infermieristica deve essere
incentrata sul:
– mantenimento di una cute integra e pulita;
– adeguata alimentazione ed idratazione;
– movimento;
– mantenimento di una buona funzione cardiocircolatoria.
– utilizzo di ausili atti ala prevenzione
Nel momento dell’accettazione in reparto, è buona norma dell’infermiere osservare
attentamente la cute e le condizioni generali del paziente (età, stato nutrizionale,
diabete, iperpiressia, sedazione farmacologia, obesità, cachessia, ecc…); rilevare e
misurare il rischio di sviluppo di lesioni e complicanze da prolungato allettamento (ad
es., scala di Norton o Braden); attuare interventi infermieristici in base alle conoscenze
acquisite dalle recenti evidenze scientifiche, come i cambiamenti di postura, adozione di
ausili antidecubito, applicazione di adeguati prodotti sulle prominenze ossee,il tutto con
l’aiuto delle varie figure di supporto all’infermiere, che devono collaborare.
Il bisogno di mobilizzazione è fondamentale nella prevenzione delle lesioni cutanee e
non rientra solo nella competenza infermieristica. Anche il fisioterapista, come sancisce
il D.M. n. 741/’94, “svolge in via autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie,
gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione nelle aree della motricità, delle funzioni
corticali superiori e di quelle viscerali conseguenti ad eventi patologici, a varia eziologia
congenita o acquisita” (art. 1, comma 1).
Quindi, sia il fisioterapista che l’infermiere sono responsabili professionalmente della
prevenzione dell’insorgenza di lesioni cutanee nei soggetti costretti ad un prolungato
allettamento. Tuttavia, in tale responsabilità vi rientra anche un’altra figura, quella del
medico, in quanto le lesioni da decubito, oltre ad essere correlate a fattori quali
macerazioni, pressioni, frizioni, ecc…, possono dipendere anche da altri fattori legati
alle condizioni generali del paziente e alla sua patologia. Infatti, il coinvolgimento della
figura del medico nella tempestiva diagnosi è particolarmente utile nell’instaurazione
dell’adeguato trattamento di problematiche come la malnutrizione, il diabete, l’anemia,
ecc…
Al fine di garantire il miglior trattamento delle lesioni, il bagaglio delle conoscenze
dell’infermiere è fondamentale. Dopo l’osservazione del paziente, egli valuta, “stadia” la
lesione (I, II, III, IV stadio), ne misura il fondo e applica il protocollo di medicazione più
idoneo al caso. La competenza infermieristica pone comunque un limite, nel senso che
l’infermiere può intervenire fino al IV stadio della lesione, dopo di che interviene la
competenza medica, ad esempio per eseguire un debridment chirurgico o per
prescrivere una terapia antibiotica sistemica. Come abbiamo detto, l’inosservanza da
parte degli operatori sanitari è punita dalla legge. Nella maggior parte dei casi, la colpa
si ha per negligenza, imperizia e imprudenza. Si ha colpa professionale nell’ipotesi in
cui il professionista non abbia operato secondo le regole e le prescrizioni tecniche
previste per un determinato trattamento nell’interesse della persona (ad es., la mancata
o errata applicazione di protocolli di medicazione, l’errata applicazione di piani di
prevenzione). Tuttavia, non è sufficiente riscontrare la colpevolezza del professionista,
occorre una sussistenza di legame eziologico tra la condotta illecita e l’evento lesivo
verificatosi. Ad esempio, l’infermiere ha l’obbligo di prestare tutte le misure preventive e
di trattamento nei confronti dell’utente, ma al fine di garantire che le lesioni non
insorgono bisogna che si adottino delle misure all’avanguardia, con modernissimi ausili
antidecubito, protocolli di mobilizzazione dell’utente, utilizzo di materiale per l’igiene, il
tutto in collaborazione con figure di supporto all’Infermiere.(La letteratura scientifica ha
ben documentato i casi clinici molto gravi di pazienti terminali con alterazione di tutte le
condizioni fisiche, adottando ausili antidecubito di ultima generazione le lesioni da
decubito non insorgono).
Naturalmente, risulta indispensabile, specie in sede giudiziale, una documentazione
accuratamente stilata contenente tutte le attività prestate, per poter dimostrare di non
aver omesso alcun intervento infermieristico e di aver attuato tutte le conoscenze
scientifiche nell’erogazione dell’assistenza stessa, di aver adottato anche ausili,
tecniche di cura all’avanguardia.
E’ utilissima a questo proposito la cartella infermieristica, in cui indicare la scala di
valutazione del rischio di insorgenza del decubito, valutare l’indice di rischio all’ingresso
in Unità Operativa, durante il ricovero, segnalare come veniva medicata la lesione, lo
schema di trattamento, (ultimissime linee guida internazionali parlano anche
dell’importanza della documentazione fotografica della lesione, al fine di documentarne i
risultati clinici alla dimissione del paziente). Alla dimissione del paziente con lesione,
questa và segnalata in cartella infermieristica e medica, con il corretto trattamento a
domicilio “dimettere un paziente con lesione da decubito insorta durante
l’ospedalizzazione, non segnalarla nella cartella clinica medica, sul foglio di dimissione,
non segare il trattamento topico da eseguire a domicilio, è una gravissima falsificazione
di atti pubblici, gravemente sanzionata dalla legge.
A tal proposito, la legge n. 229/’99 ha disposto l’obbligo da parte di tutti i professionisti di
utilizzare, nell’esercizio della propria professione, tutte le conoscenze più aggiornate e
gli strumenti, quali protocolli, linee guida, supportati da evidenze scientifiche. Inoltre, gli
infermieri hanno l’obbligo di denunciare ai responsabili delle diverse funzioni la mancata
disponibilità di presidi antidecubito, medicazioni avanzate e tutto il materiale
indispensabile alla prevenzione e alla cura delle lesioni cutanee.
Bibliografia
1) G. Devoto, G. C. Oli, “Il dizionario della lingua italiana”, Le Monier, 1996.
2) L. Benci, “La responsabilità infermieristica per le lesioni da decubito”, in Nursing
Oggi, numero 4 1996, p. 67.
3) S. Fucci, “La responsabilità nella professione infermieristica”, Questioni e problemi
giuridici, Masson, 1998, p.40.
4) A. Bonfiglioli, “La responsabilità penale colposa del medico”, in Rivista Italiana di
Medicina Legale, 1999, p.1313 e segg.
5) S. Fucci, op. cit., p.21.
6) Cass. sez. IV, 16 febbraio 1987.
7) Paola Gobbi – Infermiera Dirigente, Caposala
Direzione Sanitaria, A.O. Salvini, Garbagnate Milanese (MI) pubblicato sul n2 di Helios
del 2002

[Tratto da: www.vulnologia.it ]