La prevenzione delle ulcere da pressione non è solo un ideale ma è perfettamente possibile. Adottare un approccio proattivo riduce i danni ed efficienta in maniera sicura l’assistenza sanitaria e sociale.

This guidance from the Chief Social Worker helps practitioners and managers across health and care organisations to provide caring and quick responses to people at risk of developing pressure ulcers.

It also offers a process for the clinical management of harm removal and reduction where ulcers occur, considering if an adult safeguarding response is necessary.

Pressure ulcers, which are largely preventable, cause distress to individuals and their families and create financial pressures for the NHS. While the treatment of pressure ulcers is mainly clinical, prevention is a shared responsibility.

Questa guida del Chief Social Worker aiuta i professionisti e i manager delle organizzazioni sanitarie a fornire risposte rapide e premurose alle persone a rischio di sviluppare ulcere da pressione.

Offre anche un processo per la gestione clinica della rimozione e riduzione del danno in caso di ulcere, considerando se è necessaria una risposta di salvaguardia per adulti.

Le ulcere da pressione, che sono in gran parte prevenibili, causano angoscia agli individui e alle loro famiglie e creano pressioni finanziarie per il NHS. Mentre il trattamento delle ulcere da pressione è principalmente clinico, la prevenzione è una responsabilità condivisa.

CSW_ulcer_protocol_guidance

[Tratto da: www.gov.uk ]

Interessante articolo relativo alla diffusione del Clostridium attraverso i Materassi Ospedalieri.

Clostridium difficile (C. diff) is known to cause around 250,000 infections per year, as well as a staggering 14,000 deaths. In response to this growing problem, health care workers everywhere have been channeling their efforts into preventing the life-threatening infection in their facilities. One way to do this is by strengthening disinfection efforts, but, as one researcher boldly pointed out at the 5th Annual International C. diff Awareness Conference & Health Expo, one of the biggest vectors for spreading C. diff is largely unrecognized: hospital mattresses.

“You’re at risk for getting C. diff infections if you’re getting antibiotics, on proton pump inhibitors, if people aren’t washing their hands—those kinds of things have been well-recognized. But the big risk to inpatients is the mattress,” Edmond A. Hooker, MD, DrPH, professor in the Department of Health Administration at Xavier University, told Contagion® in an exclusive interview. “Patients are exposed to the mattress; they’re lying on it for hours on end, and these mattresses cannot be cleaned. With the current cleaning methods being used today, they are not being cleaned adequately enough, and  we need to change.”

Even after terminal cleaning, the mattresses are not clean, Dr. Hooker stressed in his presentation, and he listed at least 30 peer-reviewed studies that supported his statement. This research begs the question of why the mattresses are not being disinfected properly. According to Dr. Hooker, one of the answers is time. Many hospitals ask Environmental Services (EVS) workers to turn a room over in just 20 minutes, which, according to Dr. Hooker, makes it impossible to clean all items in the room.

“If you are truly cleaning and disinfecting every part of that room, it takes almost 30 minutes just to clean the bed,” he explained. “You’ve got to wipe the top of the mattress, the sides, the bottom, the bed deck, the handrails, up underneath, the wheels—all of that is potentially contaminated. And [they]’re not doing that; they usually spend about 3 minutes on the bed. Three minutes to disinfect a major piece of equipment.”

Properly cleaning a mattress is a multistep process which requires rinsing, something that health care staff just don’t have time for. “I can tell you right now, there’s not a hospital on the planet rinsing after they clean, then disinfecting, and then rinsing again,” Dr. Hooker said. “Nobody’s doing that; it would take them an hour just to clean the bed. They would be tied up for an hour, and that hospital has patients coming out of the operating room, patients in the emergency room. I had 50 in-patients being held in my emergency room just last week—50.”

The other problem is the chemicals that are being used in hospitals to clean the mattresses.

“Hospital hard surfaces are a lot easier to clean because the chemicals were made for hard surfaces,” Dr. Hooker told Contagion®. “Unfortunately, the mattress is a soft, porous surface; it was intended to be that to stop all of the bed sores. And so, if you think about a 1970’s car with a vinyl seat—you sat in it, you sweated, and you stuck to it, and that was miserable. Well, that’s not good for a patient either, and that’s what mattresses used to be like.”

Il Clostridium difficile (C. diff) è noto per causare circa 250.000 infezioni all’anno, oltre a un incredibile numero di 14.000 morti. In risposta a questo problema crescente, gli operatori sanitari di tutto il mondo hanno incanalato i loro sforzi per prevenire l’infezione potenzialmente letale nelle loro strutture. Un modo per farlo è rafforzando gli sforzi di disinfezione, ma, come un ricercatore ha sottolineato coraggiosamente alla quinta conferenza internazionale annuale sulla consapevolezza e l’esposizione alla salute, uno dei più grandi vettori per diffondere C. diff è in gran parte sconosciuto: i materassi ospedalieri.

“Sei a rischio di contrarre infezioni da C. diff se stai assumendo antibiotici, con inibitori della pompa protonica, se le persone non si lavano le mani – questo tipo di cose sono state ben riconosciute. Ma il grande rischio per i pazienti ricoverati è il materasso “, ha detto a Contagion® un’intervista esclusiva Edmond A. Hooker, MD, DrPH, professore presso il Dipartimento di Sanità dell’Università di Xavier. “I pazienti sono esposti al materasso; sono sdraiati per ore e ore, e questi materassi non possono essere puliti. Con gli attuali metodi di pulizia attualmente in uso, non vengono sufficientemente puliti e dobbiamo cambiare “.

Anche dopo la pulizia del terminale, i materassi non sono puliti, ha sottolineato il Dr. Hooker nella sua presentazione, e ha elencato almeno 30 studi peer-reviewed che hanno supportato la sua affermazione. Questa ricerca pone la domanda sul perché i materassi non vengono disinfettati correttamente. Secondo il Dr. Hooker, una delle risposte è tempo. Molti ospedali chiedono agli addetti ai servizi ambientali (EVS) di trasformare una stanza in soli 20 minuti, il che, secondo il Dr. Hooker, rende impossibile pulire tutti gli oggetti nella stanza.

“Se stai veramente pulendo e disinfettando ogni parte di quella stanza, ci vogliono quasi 30 minuti solo per pulire il letto”, ha spiegato. “Devi pulire la parte superiore del materasso, i lati, il fondo, il ponte del letto, i corrimani, sotto, le ruote: tutto ciò è potenzialmente contaminato. E [loro] non lo fanno; di solito trascorrono circa 3 minuti sul letto. Tre minuti per disinfettare un grosso pezzo di equipaggiamento. ”

La corretta pulizia di un materasso è un processo a più fasi che richiede il risciacquo, cosa a cui lo staff sanitario non ha tempo per dedicarsi. “Posso dirti che adesso non c’è un ospedale sul pianeta che risciacqua dopo che puliscono, poi disinfettano e poi risciacquano di nuovo”, ha detto il dott. Hooker. “Nessuno lo sta facendo; ci vorrebbero un’ora solo per pulire il letto. Sarebbero legati per un’ora, e quell’ospedale ha pazienti che escono dalla sala operatoria, pazienti al pronto soccorso. Ho avuto 50 pazienti nel mio pronto soccorso solo la scorsa settimana -50. ”

L’altro problema sono le sostanze chimiche che vengono utilizzate negli ospedali per pulire i materassi.

“Le superfici rigide dell’ospedale sono molto più facili da pulire perché le sostanze chimiche sono state create per superfici dure”, ha detto il dott. Hooker a Contagion®. “Sfortunatamente, il materasso è una superficie morbida e porosa; era destinato ad essere quello di fermare tutte le piaghe da decubito. E così, se pensi a una macchina degli anni ’70 con un sedile in vinile – ci sei seduto dentro, hai sudato, e ti sei attaccato ad esso, e quello era miserabile. Beh, non va bene nemmeno per un paziente, ed è così che erano i materassi “.

[Tratto da: www.contagionlive.com ]

RSA e Casa di Riposo cosa sono. Brevi cenni.

La residenza sanitaria assistenziale è una struttura non ospedaliera, ma comunque a impronta sanitaria, che ospita per un periodo variabile (da poche settimane al tempo indeterminato) persone non autosufficienti, che non possono essere assistite in casa e che necessitano di specifiche cure mediche.

Si distingue dall’ospedale e dalla casa di cura, i quali sono rivolti a pazienti sofferenti di una patologia acuta, e dalla casa di riposo, che è destinata ad anziani almeno parzialmente autosufficienti. Qui potete trovare una classificazione dei diversi tipi di case per anziani.

Secondo la normativa nazionale, la RSA deve offrire agli ospiti:

  • una sistemazione residenziale con un’impronta il più possibile domestica, stimolando al tempo stesso la socializzazione tra gli ospiti
  • tutti gli interventi medici, infermieristici e riabilitativi necessari a prevenire e curare le malattie croniche e le loro eventuali riacutizzazioni
  • un’assistenza individualizzata, orientata alla tutela e al miglioramento dei livelli di autonomia, al mantenimento degli interessi personali e alla promozione del benessere.

Come è organizzata

L’unità di base delle RSA è il modulo o nucleo, composto da 20-25 posti per gli anziani non au­tosufficienti e da 10-15 posti (secondo la gravità dei pazienti) per disabili fisici, psichici e senso­riali, utilizzando in maniera flessibile gli stessi spazi edilizi. La capacità ricettiva totale può variare da 20 a 120 posti. Un quarto dei moduli disponibili va riservato alle demenze.
Inoltre, alcune RSA dispongono di un “Nucleo Alzheimer“, cioè di un’area dedicata a soggetti con disturbi cognitivi e del comportamento.

In base alle loro condizioni psico-fisiche, sono quindi ospiti delle RSA:

– anziani non autosufficienti (in media 4 mo­duli da 20-25 soggetti, fino ad un massimo di 6 moduli);

– disabili fisici, psichici e sensoriali (in media 2 moduli, massimo 3 da 10-15 soggetti).

Esistono molti modelli diversi di RSA, variabili soprattutto in base alla regione, così come variano anche gli standard assistenziali. In base però alle indicazioni generali del Ministero della Salute, le RSA vengono realizzate preferibilmente all’interno del tessuto urbano esistente, in zone ben collegate coi mezzi pubblici.

Le RSA possono inoltre essere pubbliche (del Comune o della Asl), private convenzionate o completamente private. Nella stessa struttura possono esserci sia posti letto in convenzione, sia privati.

Per richiedere l’accesso ad una RSA pubblica o convenzionata è necessario rivolgersi alla Asl o al servizio sociale del quartiere di residenza, per avere riconosciuta la condizione di non autosufficienza. Le spese, stabilite dagli enti che gestiscono le residenze sanitarie assistenziali in accordo con il Comune, sono in parte a carico del Servizio Sanitario Nazionale, in parte a carico del Comune e in parte a carico dell’utente e della sua famiglia, a seconda del reddito.

Chi ci lavora

Le figure principali che lavorano nelle RSA sono:

  • il responsabile sanitario della struttura che ha compiti di coordinamento
  • il medico di medicina generale che assicura l’assistenza medica
  • l’infermiere
  • l’assistente domiciliare e dei servizi tutelari per l’assistenza alla persona
  • ci possono essere fisioterapisti, terapisti occupazionali e animatori
  • altre figure professionali sanitarie (fisiatra, geriatra, psicologo ecc.) possono essere messe a disposizione dalla ASL.

Vista quindi la complessità di queste realtà diventa molto importante trovare personale socio-sanitario adatto. Un’opzione può essere quindi quella di affidarsi all’esperienza di specialisti nel settore dell’esternalizzazione di personale, la quale garantisce vantaggi in termini economici e organizzativi.

DIFFERENZA TRA CASA DI RIPOSO E RSA: LA CASA DI RIPOSO

La Casa di Riposo può essere intesa anche come casa vacanza per anziani e accoglie Ospiti almeno parzialmente autosufficienti, che abbiano bisogno di un’assistenza non continua e la voglia di trascorrere il tempo con altre persone.

Trattandosi di Ospiti parzialmente autosufficienti, il personale medico non è presente 24 ore su 24, ma si può contare sulla costante presenza del personale infermieristico. Nelle Case di Riposo, infatti, è garantita l’assistenza tutelare e infermieristica, così come l’eventuale somministrazione di farmaci.

Una delle caratteristiche positive delle Case di Riposo è sicuramente la socialità; in queste strutture sono spesso organizzate attività ricreative, ludiche o culturali, come gruppi di lettura, gite, balli e giochi. Sono spesso presenti aree comuni in cui trascorrere il tempo in compagnia, stimolando l’intelletto e la creatività degli Ospiti.

Una sostanziale differenza tra Casa di Riposo e Rsa è visibile nella sistemazione. Gli Ospiti della Casa di Riposo possono alloggiare in camere doppie o singole fornite di servizi o appartamenti, così da poter essere indipendenti e avere sempre a propria disposizione le aree comuni.

La gestione della Casa di Riposo può essere privata (con pagamento a carico totale o parziale dell’Ospite) o pubblica, accedendo tramite la richiesta presso l’Ufficio dei Servizi Sociali del Comune.

Un breve focus nella spiegazione della differenza tra Casa di Riposo e Rsa va fatto anche sulle Case di Cura. Si tratta di strutture che ospitano Anziani parzialmente autosufficienti affetti da patologieacute.

Nelle Case di Cura è possibile giovare di attività ricreative e di momenti di condivisione con altri Ospiti. In queste strutture gli Anziani possono contare su personale sanitario specializzato e su operatori socio-sanitari.

Trattandosi di residenze sempre private, il pagamento delle Case di Cura è sempre a carico dell’Ospite o dei familiari.

[Tratto da: www.gruppolameridiana.com e www.korian.it ]

Lavoro e stress

Per l’operatore sanitario impegnato, non è sempre facile dare la priorità alla cura di sé. Ma la capacità di mettere in pausa e ripristinare la messa a fuoco è quasi essenziale. Gli studi associano la consapevolezza – cioè l’atto di prestare attenzione deliberata al momento presente, con un atteggiamento di non giudizio, accettazione e consapevolezza – con miglioramenti dell’empatia, delle prestazioni cognitive, della salute e del benessere. Usa i 10 esercizi seguenti per iniziare a incorporare la consapevolezza nella tua vita quotidiana. Ogni esercizio è veloce e può essere svolto sul lavoro. Prova a spaziarli per tutto il giorno. Metti in pausa quando arrivi per la prima volta al tuo computer. Senti il ​​peso delle tue gambe sulla sedia e la pressione dei tuoi piedi mentre toccano il pavimento. Fai alcuni respiri calmanti. Accresci delicatamente l’inspirazione e allunga l’espirazione. Prova a contare fino a tre sull’inalazione e sull’espirazione. Regola i tempi in modo che si sentano più calmati per il tuo corpo. Mentre ti avvicini alla stanza di un paziente, sposta la tua attenzione verso i tuoi piedi camminando lungo il corridoio. Presta attenzione ad ogni piede quando entra in contatto con il pavimento, un passo alla volta. Rallenta e lascia che il tuo respiro e il tuo movimento si connettano. Lascia riposare la tua attenzione lì. Fai il check-in con il tuo stato generale di essere. Chiediti: “Come ti senti ai miei piedi adesso?” Qualsiasi cosa tu noti nei tuoi piedi o nel tuo corpo, porta l’accettazione di quell’esperienza. Fai un respiro da schiarirsi: inspirare per quattro, fare una pausa per due ed espirare lentamente. Durante il lavaggio a mano, fermarsi e fermarsi. Prestare attenzione al momento: raggiungere il sapone, diffondendolo sulle tue mani; il movimento, la sensazione del sapone, la temperatura, la consistenza. Resta con l’esperienza e non con i tuoi pensieri. Fai un respiro schiarente e lascia che le sensazioni fisiche nelle tue mani ti ricordino di essere presente per la prossima interazione. Quando avvicini qualcuno per la prima volta, nota alcuni dettagli su questa persona, come il colore dei loro occhi, l’espressione sul loro volto o come stanno. Mentre stai notando questi dettagli, fai alcuni respiri e senti sensazioni nel tuo corpo quando arrivi alla connessione dell’interazione. Quindi dedica tutta la tua attenzione all’interazione. Se la tua mente vaga verso un’altra esperienza, notalo con accettazione e riportalo alla persona o alle persone con cui sei e ai sentimenti nel tuo stesso corpo. Se c’è tempo prima di un’interazione importante, sospendere intenzionalmente per 30 secondi circa. Fai alcuni respiri calmanti e senti il ​​tuo corpo. Quindi stabilisci l’intenzione di arrivare all’interazione con presenza e cura. Quando svolgi un’attività mirata per un periodo prolungato (ad esempio, la lettura, il lavoro sul computer, la gestione dei campioni), cerca periodicamente e consenti alla tua visione periferica di allargarsi. Fai alcuni respiri calmanti e nota qualsiasi sensazione di riposo nel tuo corpo. Periodicamente durante la giornata, fai una pausa, chiudi gli occhi, apri le orecchie e ascolta i suoni in lontananza. Questo è come allargare la tua visione periferica: usa invece il tuo udito. Permetti ai suoni di andare e venire senza coinvolgere la storia di ciò che sono i suoni. In particolare, nota e goditi ogni piacevole esperienza di spaziosità mentre ascolti i suoni in lontananza. Quando ti accorgi di essere teso, se possibile, rimuoviti dalla situazione per un minuto o due. (I bagni sono un ottimo posto per farlo.) Convalida la tua esperienza con compassione, dicendoti: “È comprensibile che mi sentirei in questo modo”. Metti la mano sul cuore o in una posizione rilassante, respira e ripeti la tua frase compassionevole alcune volte. Prima, durante o dopo una situazione difficile, metti in pausa. Senti i piedi ben saldi e ripeti questa frase mentre la colleghi al tuo respiro. Vieni con una frase tranquillizzante, come “Inspirando calma il mio corpo, espirando mi rilasso.” Almeno una o due volte durante la giornata, guarda qualcosa di semplice che trovi bello. Questo potrebbe essere il cielo, un fiore o un dicendoti: “È comprensibile che mi sentirei in questo modo”. Metti la mano sul cuore o in una posizione rilassante, respira e ripeti la tua frase compassionevole alcune volte. Prima, durante o dopo una situazione difficile, metti in pausa. Senti i piedi ben saldi e ripeti questa frase mentre la colleghi al tuo respiro. Vieni con una frase tranquillizzante, come “Inspirando calma il mio corpo, espirando mi rilasso.” Almeno una o due volte durante la giornata, guarda qualcosa di semplice che trovi bello. Questo potrebbe essere il cielo, un fiore o un dicendoti: “È comprensibile che mi sentirei in questo modo”. Metti la mano sul cuore o in una posizione rilassante, respira e ripeti la tua frase compassionevole alcune volte. Prima, durante o dopo una situazione difficile, metti in pausa. Senti i piedi ben saldi e ripeti questa frase mentre la colleghi al tuo respiro. Vieni con una frase tranquillizzante, come “Inspirando calma il mio corpo, espirando mi rilasso.” Almeno una o due volte durante la giornata, guarda qualcosa di semplice che trovi bello. Questo potrebbe essere il cielo, un fiore o un Senti i piedi ben saldi e ripeti questa frase mentre la colleghi al tuo respiro. Vieni con una frase tranquillizzante, come “Inspirando calma il mio corpo, espirando mi rilasso.” Almeno una o due volte durante la giornata, guarda qualcosa di semplice che trovi bello. Questo potrebbe essere il cielo, un fiore o un Senti i piedi ben saldi e ripeti questa frase mentre la colleghi al tuo respiro. Vieni con una frase tranquillizzante, come “Inspirando calma il mio corpo, espirando mi rilasso.” Almeno una o due volte durante la giornata, guarda qualcosa di semplice che trovi bello. Questo potrebbe essere il cielo, un fiore o un tramonto.

[Tratto da: Miglioramento Blog 10 Esercizi di consapevolezza per il luogo di lavoro sanitario di IHI Multimedia Team.]

La fisioterapia e le lesioni da pressione

La riabilitazione del paziente allettato coinvolge piu’ figure professionali ( sanitarie e parasanitarie) oltre che familiari ed associazioni di volontariato che interagiscono tra loro nella gestione di questo tipo di paziente. L’insieme di tutte le figure interessate costituisce il TEAM riabilitativo .

La coordinazione delle strategie da attuare da parte del team viene affidata alla figura del fisiatra che non si pone in posizione di superiorita’ rispetto alle altre figure professionali ma in atteggiamento collaborativo al fine di evitare sovrapposizioni di interventi, stabilirne di comune accordo, i tempi e i modi e di ottimizzare le risorse a disposizione. I costituenti del team riabilitativo elaborano un progetto riabilitativo unitario e, ciascuno per le proprie competenze, provvedono alla stesura e alla realizzazione dei singoli programmi riabilitativi. Deve essere stilata una cartella clinica dove vanno annotati tutti gli interventi effettuati sul paziente e  l’eventuale utilizzo di presidi, ausili e ortesi.

Nell’ambito del progetto riabilitativo abbiamo identificato fondamentalmente quattro programmi riabilitativi.

PROGRAMMA RIABILITATIVO 1:
Consiste nel trattamento fisioterapico ed e’ attuato dal terapista della riabilitazione i cui obiettivi sono i seguenti:

  1. Intervento diretto;
  2. Intervento diretto;
    a) Indicazioni per la famiglia;
    b) Modifiche dell’ambiente;

INTERVENTO DIRETTO

Stimolazione sensoriale:
viene attuata attraverso stimoli ambientali (visivi, uditivi, tattili etc.): devono essere utilizzati precocemente per mantenere un discreto livello di attenzione ed una buona funzionalita’ delle vie sensitive.

Terapia occupazionale:
utilizza degli esercizi tesi a rendere piu’ facili l’esecuzione di normali atti della vita quotidiana ( pettinarsi, mangiare, scrivere etc.).

Sollecita i famigliari a colloquiare cercando di coinvolgere nella discussione, richiamando ricordi e sollecitando emozioni. Stimola  specifiche funzioni intellettive sfruttando il livello culturale e di preparazione del paziente  e proponendo esercizi specifici (matematica, letteratura etc.).

Terapia manuale:

  • Kinesi segmentaria :
    E’ indispensabile per la profilassi delle retrazioni e per il mantenimento delle escursioni articolari. Deve essere eseguita almeno tre volte durante il giorno con 3-5 escursioni articolari per le singole articolazioni. Oltre alle figure professionali di Tdr e di infermiere deve essere coinvolta anche la famiglia o persone che assistono.
  • Massoterapia :
    azione di attivazione circolatoria e mobilizzazione di liquidi dagli spazi intercellulari, azione di drenaggio linfatico, tonificazione della muscolatura e diminuzione dell’ipertono.
  • Esercizi muscolari attivi : Isometrici  ed Isotonici
    Questi vanno eseguiti con frequenza di 1-2 volte al giorno in  numero di 10-20 esercizi per volta.
  • Condizionamento muscolare e statica passiva :
    E’ tesa ad evitare l’esaurimento fisico del paziente e mantenere la frequenza cardiaca al di sotto dei 120 battiti/min. Ottenere un precoce passaggio alla postura assisa stabile e successivamente a quella eretta.
  • Esercizi respiratori e tosse assistita :
    vanno eseguiti per la prevenzione di complicanze respiratorie e per garantire un adeguata ossigenazione. I respiri devono essere lenti e profondi e devono essere assistiti dal terapista che deve operare delle tecniche di facilitazione e di corretta respirazione (toracica, addominale e alternata). La respirazione  viene  associata alla tosse assistita per favorire il drenaggio di eventuali muchi ristagnanti.

In presenza di una sintomatologia algica possono essere utilmente impiegate apparecchiature portatili che consentono di effettuare le piu’ comuni terapie fisiche ( elettroterapia antalgica e/o  eccitomotoria, laserterapia, ultrasuoni, magnetoterapia).

INTERVENTO INDIRETTO

Indicazioni per la famiglia:
I familiari devono rivolgersi al paziente senza spostarsi frequentemente e/o velocemente.e facilitare la comprensione e la trasmissione del messaggio verbale integrandolo con la mimica e la gestualita’.
Stimolare la sensibilita’ propriocettiva del paziente attraverso il riconoscimento del proprio corpo e stimolandolo ad identificare  sensazioni come:  caldo,  freddo, umido,  liscio,  gonfio etc.
Mobilizzare le varie parti del corpo.

  • Cercare di ripristinare precocemente le abitudini igieniche ed alimentari anche attraverso accorgimenti ed ausili.
  • Fare utilizzare la protesi dentaria non usata a causa dell’evento patologico.
  • Cercare di eliminare precocemente il catetere ed i presidi ad assorbenza.

Modifiche dell’ambiente:

Questo deve essere  adeguatamente illuminato evitando la luce diretta che potrebbe risultare fastidiosa agli occhi del paziente.
Il letto deve essere orientato in maniera che sia consentita la completa visione della stanza.
Infine tutti coloro che si avvicinano al paziente lo devono fare sempre dal lato sano se questi è emiplegico.

[ Tratto da: www.riparazionetessutale.it ]