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Case di Comunità: stato dell’arte, dati di attuazione e ruolo effettivo nel rafforzamento della sanità territoriale

Le Case di Comunità rappresentano uno dei pilastri della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con l’obiettivo di riequilibrare il sistema sanitario italiano spostando parte significativa dell’assistenza dall’ospedale al territorio. Concepite come presidi sociosanitari di prossimità, queste strutture dovrebbero garantire una presa in carico integrata e multidisciplinare dei cittadini, in particolare dei pazienti cronici, fragili e anziani. A distanza di alcuni anni dall’avvio del programma di investimento, il quadro che emerge dall’analisi dei dati disponibili mostra tuttavia uno scarto significativo tra progettazione normativa, stato di realizzazione infrastrutturale e piena operatività dei servizi.

Il modello organizzativo previsto

Il modello delle Case di Comunità è stato definito nel contesto della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal decreto ministeriale 77 del 2022, che ha ridefinito l’architettura della sanità di prossimità. In tale schema, la Casa di Comunità rappresenta il punto di accesso unitario ai servizi sanitari e socio-assistenziali del territorio. Le funzioni previste includono la presenza integrata di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, infermieri di comunità, specialisti ambulatoriali, personale dei servizi sociali e operatori della prevenzione. Il modello mira a garantire continuità assistenziale, gestione delle patologie croniche, attività di prevenzione e promozione della salute, oltre al coordinamento dell’assistenza domiciliare e della telemedicina. Le Case di Comunità sono concepite secondo un’organizzazione di tipo “hub e spoke”: alcune strutture operano come poli principali con servizi estesi e presenza multiprofessionale continuativa, mentre altre funzionano come presidi territoriali di prossimità con un’offerta più limitata ma collegata alla rete dei servizi.

Dimensione dell’investimento e obiettivi del PNRR

Il PNRR destina circa due miliardi di euro alla realizzazione delle Case di Comunità nell’ambito della Missione 6 dedicata alla salute. L’obiettivo minimo fissato per il 2026 è la realizzazione di almeno 1.038 strutture distribuite sull’intero territorio nazionale, come risultato della revisione del piano inizialmente più ampio. Queste strutture costituiscono una componente della più ampia riorganizzazione della rete territoriale, che comprende anche gli Ospedali di Comunità e le Centrali Operative Territoriali, destinate a coordinare l’assistenza domiciliare e i servizi territoriali. I dati disponibili indicano che l’implementazione procede con velocità differenziata tra le regioni e con un significativo divario tra strutture realizzate e servizi effettivamente attivi. Nel corso del 2025 risultano attivate alcune centinaia di Case di Comunità, ma solo una quota limitata può essere considerata pienamente operativa secondo i requisiti organizzativi previsti dal modello normativo. Molte strutture sono attualmente in fase di completamento edilizio o dispongono di servizi parziali, spesso limitati ad attività ambulatoriali o infermieristiche. Il monitoraggio di istituzioni indipendenti e organismi di analisi del sistema sanitario segnala che solo una percentuale molto ridotta delle strutture dispone contemporaneamente di tutte le componenti essenziali: presenza stabile di medici di medicina generale, infermieri di comunità, specialisti e integrazione con i servizi sociali. L’avanzamento dei cantieri appare invece più consistente rispetto alla piena operatività clinico-organizzativa, evidenziando una prevalenza della dimensione infrastrutturale rispetto a quella gestionale.

Differenze regionali

Il livello di sviluppo delle Case di Comunità varia significativamente tra le regioni italiane. Alcuni sistemi sanitari regionali, in particolare nel Centro-Nord, mostrano livelli più avanzati di implementazione grazie anche all’esistenza di modelli territoriali già strutturati prima del PNRR. In questi contesti le nuove strutture si integrano con reti territoriali già operative. Al contrario, nelle regioni con maggiore fragilità organizzativa e con minore dotazione di personale sanitario, la realizzazione delle Case di Comunità incontra maggiori difficoltà, sia sul piano infrastrutturale sia su quello organizzativo. Questa variabilità rischia di accentuare le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi sanitari di prossimità. Alla luce dello stato di attuazione, il ruolo effettivo delle Case di Comunità nel supporto alla sanità territoriale rimane per ora limitato rispetto alle aspettative iniziali. La loro capacità di incidere sulla riduzione degli accessi impropri ai pronto soccorso, sul miglioramento della gestione delle patologie croniche e sul rafforzamento dell’assistenza domiciliare dipende in larga misura dalla disponibilità di personale sanitario e dalla reale integrazione tra professionisti. Una delle criticità principali riguarda infatti la carenza di medici di medicina generale e infermieri di comunità, figure fondamentali per il funzionamento del modello. Inoltre, la natura convenzionata dei medici di medicina generale rende complessa l’organizzazione di una presenza stabile all’interno delle strutture. Anche l’integrazione con i servizi sociali e con le amministrazioni locali risulta ancora disomogenea, mentre i sistemi informativi territoriali non sempre consentono una piena interoperabilità dei dati clinici.

Prospettive di sviluppo

Nonostante le criticità, il modello delle Case di Comunità rimane una componente strategica della riforma sanitaria italiana. Se pienamente implementato, potrebbe contribuire in modo significativo alla gestione delle patologie croniche, alla presa in carico delle fragilità e alla riduzione della pressione sugli ospedali. La sfida principale nei prossimi anni non riguarderà tanto la costruzione delle strutture quanto la loro effettiva attivazione come presidi multiprofessionali integrati. Ciò richiederà investimenti strutturali nel personale sanitario, nuove forme di organizzazione del lavoro medico e infermieristico e un rafforzamento della governance territoriale. In assenza di tali interventi, esiste il rischio che una parte delle strutture realizzate rimanga sottoutilizzata o operi al di sotto delle potenzialità previste dal modello.

Conclusioni

Le Case di Comunità rappresentano uno dei tentativi più rilevanti di riforma della sanità territoriale italiana degli ultimi decenni. Tuttavia, lo stato attuale dell’implementazione evidenzia una fase di transizione in cui la dimensione infrastrutturale è più avanzata rispetto a quella organizzativa. Il successo della riforma dipenderà dalla capacità di trasformare queste strutture in veri centri di coordinamento dell’assistenza primaria e sociosanitaria, dotati di personale adeguato e integrati nella rete dei servizi territoriali. Solo in tal modo le Case di Comunità potranno svolgere il ruolo per cui sono state concepite: diventare il fulcro di una sanità di prossimità più accessibile, preventiva e orientata alla presa in carico continuativa dei cittadini.

Di: Ivan Santoro

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