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Le parole della professione: quando anche la terminologia diventa qualità e sicurezza.

Ci sono parole che continuiamo a utilizzare semplicemente perché fanno parte della nostra storia professionale. Le abbiamo sentite per anni, le abbiamo imparate dai colleghi più esperti, le abbiamo ritrovate nei documenti, nelle consegne e nella quotidianità dei reparti. Parole che ci sono diventate familiari e che, proprio per questo, spesso utilizziamo senza domandarci se siano ancora corrette. È il caso, per esempio, di espressioni come “infermiere professionale” o “caposala”. Termini che appartengono alla storia dell’infermieristica italiana, ma che oggi, alla luce dell’evoluzione normativa, professionale e organizzativa, non rappresentano più correttamente le denominazioni da utilizzare nella documentazione e nella comunicazione professionale. E forse è proprio questo il punto da cui partire: non si tratta di correggere le persone, ma di aggiornare la cultura professionale. Il termine “infermiere professionale” appartiene a una fase importante della storia della nostra professione. Con il D.M. 739/1994, che ha definito il profilo professionale dell’infermiere, la professione ha assunto una configurazione profondamente diversa, riconoscendo all’infermiere responsabilità proprie nell’ambito dell’assistenza generale infermieristica. Da allora la denominazione professionale corretta è semplicemente “infermiere”. È una differenza apparentemente piccola, una sola parola in meno, ma dietro quella parola c’è un’evoluzione enorme: quella di una professione che nel tempo ha acquisito autonomia, responsabilità, competenze, formazione universitaria e un proprio ambito professionale. Lo stesso ragionamento vale per il termine “caposala”. È una parola che tutti conosciamo e che continua a essere utilizzata molto frequentemente, soprattutto nel linguaggio quotidiano e, ancora oggi, in molte strutture extraospedaliere. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare che il “caposala” ha rappresentato per decenni una figura importante dell’organizzazione sanitaria. È parte della storia della professione e come tale merita rispetto. Ma la storia non può essere confusa con l’attuale organizzazione. Nel tempo la figura è stata progressivamente ricondotta alla funzione di coordinamento, con un’evoluzione che ha trovato importanti riferimenti anche nella contrattazione collettiva e nella normativa, fino alla Legge 43/2006, che ha disciplinato espressamente la funzione di coordinamento nelle professioni sanitarie. Per questo oggi, quando ci riferiamo a una persona che svolge formalmente quella funzione, è opportuno utilizzare la denominazione prevista dall’organizzazione, come Coordinatore Infermieristico o altra denominazione coerente con l’incarico formalmente attribuito. Tutto questo potrebbe sembrare una questione puramente terminologica. In realtà non lo è affatto. Il problema diventa particolarmente evidente quando queste vecchie denominazioni non rimangono soltanto nel linguaggio informale, ma entrano nelle consegne, nelle istruzioni operative, nei protocolli, nelle procedure, negli organigrammi e nella documentazione interna delle strutture sanitarie e sociosanitarie. È proprio nelle strutture extraospedaliere e residenziali che, ancora oggi, capita con una certa frequenza di trovare documenti nei quali vengono utilizzate denominazioni professionali superate o non perfettamente coerenti con l’organizzazione attuale. E questo dovrebbe farci riflettere. Perché una cosa è dire, durante una conversazione tra colleghi, “avvisa la caposala”. È un’espressione entrata nel linguaggio comune e, nella maggior parte dei casi, tutti comprendono immediatamente a chi ci si riferisce. Altra cosa è scrivere all’interno di un’Istruzione Operativa: “Il caposala verifica…”. In quel momento non stiamo più semplicemente parlando., stiamo scrivendo un documento aziendale che attribuisce un’attività a una determinata funzione, e allora dobbiamo essere precisi. Chi è il soggetto che deve realmente svolgere quell’attività? Il coordinatore? L’infermiere referente? L’infermiere responsabile del turno? Il responsabile del servizio? Un’altra figura professionale? Una procedura deve consentire a chiunque la legga di comprendere con chiarezza chi fa cosa, quando, come e con quale responsabilità.

La terminologia, quindi, non è un dettaglio estetico, è parte della chiarezza organizzativa, è parte della qualità documentale, in determinati contesti, può contribuire anche alla sicurezza assistenziale. Pensiamo alle consegne, una consegna efficace deve essere chiara, comprensibile e orientata all’azione. Se scriviamo “informare il caposala”, stiamo utilizzando una parola che appartiene alla consuetudine, ma che potrebbe non identificare con precisione il ruolo formalmente previsto nell’organizzazione. Se invece scriviamo “informare il Coordinatore Infermieristico” oppure individuiamo chiaramente l’infermiere responsabile del turno, il messaggio diventa più preciso. La differenza può sembrare minima, ma nella sanità la chiarezza non è mai un elemento secondario, lo stesso vale per le procedure e i protocolli, quando una struttura procede alla revisione di un documento, siamo abituati a controllare che siano aggiornati i riferimenti normativi, le modalità operative, le responsabilità, la modulistica e gli strumenti utilizzati. Sarebbe altrettanto importante verificare che sia aggiornato anche il linguaggio professionale. Una procedura può essere tecnicamente corretta nei suoi contenuti, ma utilizzare ancora denominazioni che appartengono a un’organizzazione ormai superata, e questo è particolarmente importante nelle realtà extraospedaliere, dove spesso convivono professionisti con percorsi formativi e storie lavorative molto diverse, ci sono operatori che hanno iniziato a lavorare molti anni fa e che sono cresciuti professionalmente in un sistema nel quale “infermiere professionale” e “caposala” erano termini assolutamente normali. Ci sono colleghi più giovani che hanno conosciuto fin dall’inizio l’infermiere come professionista sanitario formato in ambito universitario e il coordinatore come figura organizzativa. Non è quindi una questione generazionale, è una questione di evoluzione professionale e proprio per questo il modo migliore per affrontarla non è correggere con durezza chi utilizza una terminologia superata, ma accompagnare il cambiamento. Non serve dire a un collega: “Non si dice più caposala”. È molto più utile spiegare: “Nella documentazione aziendale utilizziamo la denominazione prevista dall’attuale organizzazione, così rendiamo più chiari ruoli e responsabilità”. La differenza è sostanziale, nel primo caso correggiamo una persona, nel secondo costruiamo cultura professionale.

Dovremmo imparare a fare questo soprattutto nei luoghi nei quali la comunicazione professionale ha un valore particolare: durante le consegne, nelle riunioni d’équipe, nella formazione, nella stesura dei protocolli e delle istruzioni operative, nella documentazione sanitaria e assistenziale. Perché le parole che utilizziamo nei documenti diventano, nel tempo, parte della cultura dell’organizzazione, se continuiamo a scrivere “caposala”, quel termine continuerà a essere percepito come attuale. Se utilizziamo correttamente “Coordinatore Infermieristico”, contribuiamo invece a rendere evidente l’evoluzione del ruolo e dell’organizzazione. Lo stesso vale per “infermiere professionale”, scrivere semplicemente “infermiere” non significa sminuire la professione, al contrario, significa utilizzare la denominazione attuale di una professione sanitaria che ha acquisito nel tempo una propria identità, una propria autonomia e responsabilità sempre più ampie, ed è proprio questo il messaggio che dovremmo trasmettere anche alle nuove generazioni di operatori. La professionalità non si dimostra soltanto attraverso ciò che sappiamo fare. Si dimostra anche attraverso come comunichiamo, come documentiamo, come descriviamo i ruoli e come ci riferiamo alle professioni con cui lavoriamo ogni giorno. Una parola corretta non rende automaticamente migliore un’assistenza, ma una comunicazione imprecisa può creare confusione, e in un sistema complesso come quello sanitario, dove tante professioni collaborano quotidianamente, la chiarezza è una forma di sicurezza. Per questo sarebbe utile che ogni struttura, soprattutto nell’ambito extraospedaliero e sociosanitario, cogliesse l’occasione della revisione periodica dei propri documenti per fare anche una piccola verifica della terminologia utilizzata. Non soltanto nei protocolli, non soltanto nelle procedure, ma anche nelle istruzioni operative, nelle consegne informatizzate, nei modelli, negli organigrammi e nella modulistica. Non per cancellare la nostra storia, ma per evitare che la storia venga confusa con il presente, perché “caposala” racconta una parte importante della storia dell’infermieristica, così come “infermiere professionale” racconta un periodo della sua evoluzione, ma oggi siamo in un’altra fase. Una fase nella quale l’infermiere è un professionista sanitario e il coordinamento è una funzione organizzativa e professionale che deve essere identificata attraverso la denominazione corretta e coerente con l’incarico attribuito. Aggiornare il linguaggio significa quindi anche riconoscere il percorso che la professione ha compiuto, e forse dovremmo iniziare proprio dalle piccole cose, dalla prossima consegna, dal prossimo protocollo, dalla prossima istruzione operativa, dalla prossima volta in cui ci verrà spontaneo dire “caposala” o “infermiere professionale”, non serve rimproverarsi, basta fermarsi un secondo e scegliere la parola più corretta. Perché le parole non sono soltanto parole, definiscono ruoli, raccontano responsabilità, orientano comportamenti e costruiscono cultura, e in sanità, dove ogni giorno lavoriamo per garantire qualità, sicurezza e tutela della persona assistita, anche il linguaggio professionale merita la stessa attenzione che riserviamo a ogni altro strumento del nostro lavoro. Aggiornare le parole non significa dimenticare il passato, significa dimostrare di conoscere il presente e di essere pronti a costruire il futuro della professione.

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Di: Ivan Santoro.

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