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L’Infermiere: che ruolo ha durante la somministrazione dei farmaci? I controlli che fanno la differenza

La somministrazione di un farmaco rappresenta una delle attività assistenziali più frequenti nella pratica infermieristica, ma proprio perché quotidiana e apparentemente routinaria rischia talvolta di essere considerata un gesto automatico. In realtà, dietro ogni compressa, ogni terapia sottocutanea, intramuscolare, endovenosa o ogni altra modalità di somministrazione esiste un processo clinico-assistenziale che richiede competenza, responsabilità, capacità di valutazione e attenzione. L’infermiere, infatti, non è semplicemente l’operatore che “porta e somministra” il farmaco prescritto. Il suo ruolo si colloca all’interno di un processo più ampio di sicurezza delle cure, nel quale la verifica della prescrizione, l’identificazione della persona assistita, la valutazione delle condizioni cliniche, la corretta preparazione e somministrazione, il monitoraggio degli effetti e la documentazione dell’intervento costituiscono passaggi strettamente collegati tra loro. Il Decreto Ministeriale 14 settembre 1994, n. 739, che individua il profilo professionale dell’infermiere, stabilisce che l’infermiere pianifica, gestisce e valuta l’intervento assistenziale e “garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche”. Questo aspetto è particolarmente importante perché chiarisce che l’atto di somministrazione non può essere ridotto a una mera esecuzione materiale della prescrizione: l’infermiere è chiamato a verificarne la corretta applicazione nel contesto concreto della persona assistita. La sicurezza della terapia farmacologica, infatti, non dipende esclusivamente dalla correttezza della prescrizione medica. Il processo comprende numerose fasi: approvvigionamento, conservazione, prescrizione, trascrizione, preparazione, distribuzione, somministrazione e monitoraggio. Il Ministero della Salute, attraverso la Raccomandazione n. 7 per la prevenzione della morte, coma o grave danno derivati da errori in terapia farmacologica, sottolinea proprio come l’errore possa verificarsi in qualsiasi momento di questo percorso, e quindi evidente che la somministrazione rappresenta un momento particolarmente delicato nel quale l’infermiere può intercettare e interrompere una potenziale sequenza di errore prima che raggiunga la persona assistita. Il primo controllo riguarda l’identificazione corretta del paziente. Non è sufficiente conoscere la persona o riconoscerla visivamente, soprattutto nei contesti caratterizzati da elevato numero di assistiti, omonimie, trasferimenti, cambi di stanza o condizioni cognitive compromesse. L’identificazione deve avvenire secondo le procedure adottate dalla struttura e attraverso gli identificativi previsti, evitando di utilizzare esclusivamente il riconoscimento visivo o la memoria dell’operatore, il secondo controllo riguarda il farmaco. È necessario verificare che il medicinale corrisponda a quello prescritto, controllando principio attivo, denominazione, formulazione, concentrazione, dose, scadenza e integrità della confezione. Particolare attenzione deve essere posta ai farmaci cosiddetti LASA, cioè quelli che possono essere confusi per somiglianza grafica o fonetica della denominazione o per confezionamento. Il rischio aumenta ulteriormente quando sono presenti farmaci ad alto livello di attenzione, per i quali un errore può produrre conseguenze particolarmente gravi. Il Ministero della Salute ha individuato specifiche strategie di prevenzione proprio per ridurre questi rischi. Un altro controllo fondamentale è quello relativo alla dose. Non si tratta semplicemente di confrontare un numero riportato sulla prescrizione, ma di verificare che la dose prescritta sia coerente con il farmaco disponibile, con la formulazione e con le modalità di somministrazione previste. Nei farmaci che richiedono calcoli, diluizioni o ricostituzioni, il rischio di errore aumenta e diventa essenziale applicare rigorosamente le procedure aziendali e, nei casi previsti, utilizzare un controllo indipendente da parte di un secondo professionista. Anche la via di somministrazione costituisce un elemento determinante. Un farmaco corretto, alla dose corretta, somministrato attraverso una via errata può trasformarsi in un evento avverso grave. Per questo motivo la verifica deve comprendere la compatibilità tra farmaco, prescrizione, via prescritta e condizioni cliniche della persona. Non meno importante è il controllo dell’orario e della frequenza di somministrazione. La terapia farmacologica non è costituita soltanto dal “che cosa” somministrare, ma anche dal “quando”. Esistono farmaci per i quali il rispetto dell’intervallo temporale è essenziale per mantenere l’efficacia terapeutica o evitare concentrazioni potenzialmente pericolose. L’organizzazione della terapia deve pertanto tenere conto anche degli orari dei pasti, di eventuali esami diagnostici, di altre terapie e delle condizioni cliniche dell’assistito. Prima della somministrazione, però, esiste un controllo che distingue un professionista competente da un semplice esecutore: la valutazione della persona. L’infermiere deve chiedersi se, in quel preciso momento, la terapia prescritta possa essere somministrata in sicurezza. Deve quindi considerare i dati clinici disponibili, i parametri vitali quando pertinenti, il livello di coscienza, la capacità di deglutizione, eventuali allergie o reazioni precedenti, la presenza di accessi venosi, le condizioni della cute e dei tessuti quando la somministrazione lo richiede, eventuali esami di laboratorio rilevanti e qualsiasi altra informazione clinico-assistenziale necessaria. Questo diventa particolarmente importante nella persona fragile, anziana o sottoposta a politerapia. La presenza contemporanea di numerosi farmaci aumenta la complessità del processo e richiede una visione complessiva dell’assistito. La World Health Organization considera infatti la polifarmacoterapia, le transizioni di cura e le situazioni ad alto rischio tra le aree prioritarie per la sicurezza della terapia farmacologica. La somministrazione rappresenta quindi un momento di verifica clinica, non soltanto tecnica. Anche la comunicazione con la persona assistita assume un ruolo fondamentale. Informare, quando appropriato, sul farmaco che sta per essere somministrato, sulla sua finalità e sulle eventuali modalità particolari di assunzione contribuisce alla sicurezza e favorisce la partecipazione consapevole della persona al proprio percorso di cura. La WHO, attraverso il programma “Medication Without Harm”, sottolinea l’importanza del coinvolgimento attivo di pazienti e caregiver nella sicurezza dei farmaci, promuovendo il principio “KNOW. CHECK. ASK.”: conoscere, controllare, chiedere, e proprio il “chiedere” rappresenta uno degli strumenti più importanti nella prevenzione dell’errore. Se una prescrizione appare incompleta, illeggibile, incongruente, duplicata, non coerente con la condizione clinica o non sufficientemente chiara, l’infermiere non dovrebbe procedere automaticamente alla somministrazione. La responsabilità professionale impone di fermarsi, verificare e, quando necessario, chiedere chiarimenti al medico prescrittore o al professionista competente. Fermarsi davanti a un dubbio non significa ostacolare il processo assistenziale. Significa proteggere il paziente. In sanità, infatti, la cultura della sicurezza non dovrebbe premiare la velocità dell’esecuzione, ma la capacità di riconoscere e intercettare il rischio. La Legge 8 marzo 2017, n. 24, stabilisce che la sicurezza delle cure costituisce parte integrante del diritto alla salute e che alla prevenzione e gestione del rischio devono concorrere tutti i professionisti che operano nelle strutture sanitarie e sociosanitarie. Il controllo non termina con la somministrazione, una terapia correttamente preparata e somministrata deve essere successivamente monitorata. L’infermiere osserva la risposta della persona, valuta l’efficacia attesa quando questa è osservabile nel proprio ambito professionale e presta attenzione alla comparsa di effetti indesiderati, reazioni avverse o modificazioni cliniche che possano richiedere una rivalutazione. Questo principio è particolarmente importante per i farmaci ad alto rischio e per le persone maggiormente vulnerabili. La WHO evidenzia infatti che gli errori possono essere favoriti non soltanto dal farmaco o dal paziente, ma anche da fattori organizzativi e ambientali, quali condizioni di lavoro inadeguate, fatica, interruzioni e carichi assistenziali. Ed è proprio qui che emerge un altro elemento spesso sottovalutato: l’ambiente nel quale avviene la preparazione e la somministrazione. Interruzioni continue, telefonate, richieste contemporanee, rumore, fretta e multitasking possono aumentare il rischio di errore. La preparazione della terapia dovrebbe pertanto essere considerata un’attività assistenziale che necessita di concentrazione e di condizioni organizzative adeguate. Non è soltanto una questione di attenzione individuale: la sicurezza della terapia è anche una responsabilità organizzativa. La documentazione rappresenta l’ultimo, ma non meno importante, passaggio del processo. Registrare correttamente la somministrazione consente di garantire continuità assistenziale, tracciabilità e comunicazione tra i professionisti. La documentazione deve essere coerente con quanto realmente effettuato e deve permettere di ricostruire, quando necessario, il percorso della terapia. Una terapia non documentata correttamente rischia di generare nuovi errori: una dose potrebbe essere somministrata nuovamente perché non risulta registrata, oppure potrebbe essere omessa perché il professionista successivo ritiene che sia già stata eseguita. La tracciabilità, quindi, non è burocrazia fine a sé stessa: è uno strumento di sicurezza clinica. Quando si parla di somministrazione dei farmaci, si tende spesso a ricordare i cosiddetti “giusti” della terapia: giusto paziente, giusto farmaco, giusta dose, giusta via, giusto orario. Sono principi fondamentali, ma oggi è necessario andare oltre una semplice lista mnemonica. La sicurezza richiede infatti una verifica dinamica e ragionata: giusta persona, giusta prescrizione, giusto farmaco, giusta dose, giusta via, giusto momento, corretta preparazione, adeguata valutazione clinica, informazione della persona, monitoraggio della risposta e corretta documentazione. Sono controlli che possono sembrare piccoli gesti, ma sono proprio questi gesti a interrompere la catena dell’errore. L’infermiere, quindi, durante la somministrazione dei farmaci non è un semplice esecutore di una prescrizione. È un professionista che applica una prescrizione all’interno di uno specifico contesto clinico-assistenziale, verificandone sicurezza, appropriatezza e corretta esecuzione nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità, questo significa anche saper dire “stop” quando qualcosa non torna. Una confezione diversa da quella abituale, una dose apparentemente incongrua, un paziente che riferisce un’allergia, una prescrizione poco chiara, un accesso venoso non adeguato, un cambiamento delle condizioni cliniche o un dubbio sulla terapia non sono dettagli da ignorare per rispettare i tempi dell’organizzazione. Sono segnali che richiedono attenzione. La prevenzione dell’errore farmacologico, del resto, non può essere affidata esclusivamente alla memoria o all’esperienza del singolo professionista., deve essere sostenuta da procedure, formazione, sistemi informatizzati, corretta gestione dei farmaci, identificazione certa della persona, comunicazione efficace tra professionisti e una cultura organizzativa nella quale segnalare un rischio non venga percepito come una debolezza, ma come un comportamento professionale orientato alla sicurezza. La WHO ricorda che il danno correlato ai farmaci rappresenta una componente rilevante del danno prevenibile nell’assistenza sanitaria e che la sicurezza della terapia richiede interventi rivolti contemporaneamente ai professionisti, ai pazienti, ai farmaci e ai sistemi organizzativi. In definitiva, la somministrazione di un farmaco è un atto assistenziale nel quale competenza tecnica, responsabilità professionale, capacità di osservazione e pensiero clinico devono procedere insieme, perché il vero controllo non è quello che si fa soltanto prima di somministrare un farmaco, il vero controllo è quello che accompagna l’intero processo: prima, durante e dopo, ed è proprio nella capacità dell’infermiere di fermarsi, verificare, confrontare, osservare, documentare e, quando necessario, chiedere che spesso si trova la differenza tra una terapia semplicemente somministrata e una terapia somministrata in sicurezza. In sanità, la sicurezza non è un dettaglio, è parte della cura.

Bibliografia essenziale

  • Ministero della Salute. Raccomandazione n. 7 – Raccomandazione per la prevenzione della morte, coma o grave danno derivati da errori in terapia farmacologica, marzo 2008.
  • Decreto Ministeriale 14 settembre 1994, n. 739. Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere.
  • Legge 8 marzo 2017, n. 24. Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie.
  • World Health Organization. Medication Without Harm – Global Patient Safety Challenge, WHO.
  • World Health Organization. Medication safety in high-risk situations, 2019.
  • World Health Organization. Medication without harm: Policy brief, 2024.

Sitografia

World Health Organization – 5 Moments for Medication Safety

Articolo a finalità informativa e formativa. Le indicazioni riportate devono essere integrate con la valutazione clinica individuale, le linee guida aggiornate e le procedure/protocolli adottati dalla struttura sanitaria.

Di: Ivan Santoro

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