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Lesioni da pressione: dalla valutazione del rischio alla presa in carico

Le lesioni da pressione rappresentano una delle problematiche assistenziali più frequenti nella gestione della persona fragile, anziana, allettata o con una significativa riduzione della mobilità. La loro comparsa non deve però essere interpretata come un semplice problema della cute. Una lesione da pressione è infatti il risultato di un processo complesso nel quale interagiscono condizioni cliniche, immobilità, pressione prolungata, forze di taglio, stato nutrizionale, umidità, perfusione tissutale e capacità della persona di modificare autonomamente la propria posizione. Per questo motivo, parlare di lesioni da pressione significa parlare innanzitutto di prevenzione e presa in carico globale della persona. Il primo momento fondamentale è rappresentato dalla valutazione del rischio. Scale validate come la Braden, la Norton o la Waterlow possono fornire un supporto importante al professionista, ma nessuna scala può sostituire il giudizio clinico. Il rischio deve essere interpretato alla luce delle condizioni complessive della persona e, soprattutto, deve essere rivalutato nel tempo. Un ospite che al momento dell’ingresso presenta un rischio contenuto può diventare rapidamente vulnerabile in seguito a un’infezione, a un peggioramento delle condizioni generali, a una riduzione dell’alimentazione, a un episodio di disidratazione, a una perdita della mobilità o a un cambiamento dello stato di coscienza. La valutazione del rischio, quindi, non dovrebbe essere considerata un adempimento da effettuare una sola volta, ma un processo dinamico che accompagna l’intera presa in carico. Particolare importanza assume l’osservazione della cute. Prima ancora che compaia una lesione, possono manifestarsi segnali di sofferenza tissutale che devono essere riconosciuti tempestivamente. Sacro, talloni, trocanteri, malleoli, gomiti, occipite e tutte le aree sottoposte a pressione devono essere osservate con regolarità, soprattutto nelle persone con mobilità ridotta. Non è sufficiente ricercare esclusivamente una variazione di colore: devono essere considerate anche temperatura, consistenza, edema, dolore, integrità cutanea e modificazioni rispetto alla condizione abituale. L’osservazione diventa ancora più importante nelle persone con pigmentazione cutanea scura, nelle quali l’eritema può risultare meno evidente. In questi casi, la valutazione deve essere necessariamente più ampia e comprendere anche eventuali variazioni di temperatura, consistenza e sensibilità della cute. Comprendere il meccanismo attraverso il quale si sviluppa una lesione è fondamentale per impostare una prevenzione efficace. La pressione prolungata può compromettere la perfusione dei tessuti e determinare un danno ischemico, mentre le forze di taglio possono provocare uno scorrimento degli strati tissutali rispetto agli altri. Anche la frizione può contribuire al deterioramento della barriera cutanea. Un esempio particolarmente frequente è rappresentato dalla persona che scivola progressivamente verso il fondo del letto o che viene trascinata durante una mobilizzazione non correttamente eseguita. Da qui deriva l’importanza della mobilizzazione e del corretto posizionamento. Non esiste un intervallo di riposizionamento identico per tutte le persone: la frequenza deve essere individualizzata sulla base del rischio, delle condizioni cliniche, della capacità di movimento, della tolleranza alla posizione e delle caratteristiche della superficie di supporto. Il principio fondamentale è evitare che una stessa area anatomica rimanga sottoposta a pressione per un periodo incompatibile con la capacità di tolleranza dei tessuti. Materassi e superfici antidecubito rappresentano strumenti importanti, ma non devono essere considerati una soluzione autonoma. L’utilizzo di una superficie di supporto adeguata non elimina la necessità di osservare la cute, modificare la posizione e garantire una corretta mobilizzazione. Lo stesso vale per gli ausili destinati allo scarico dei talloni, che devono essere utilizzati correttamente e inseriti all’interno di un progetto preventivo complessivo. Un altro elemento spesso sottovalutato è rappresentato dall’umidità. In particolare, l’incontinenza urinaria e fecale può compromettere la funzione barriera della cute e renderla maggiormente vulnerabile. La gestione dell’umidità deve quindi prevedere una corretta igiene, l’utilizzo di detergenti non aggressivi, un’asciugatura delicata e, quando indicato, l’applicazione di prodotti barriera. È importante, tuttavia, non confondere automaticamente una lesione localizzata nella regione sacrale con una lesione da pressione. La valutazione differenziale deve considerare anche dermatiti associate all’incontinenza, lesioni da frizione e altre alterazioni cutanee. Riconoscere correttamente la natura del danno è fondamentale per impostare un trattamento appropriato. La prevenzione non può inoltre prescindere dallo stato nutrizionale e dall’idratazione. La malnutrizione, la perdita di peso, la riduzione dell’introito alimentare e la disidratazione possono compromettere l’integrità cutanea e la capacità dell’organismo di riparare i tessuti. Per questo motivo, davanti a una persona a rischio, l’attenzione deve estendersi anche all’andamento ponderale, all’assunzione di alimenti e liquidi, alla capacità di alimentarsi autonomamente e all’eventuale presenza di difficoltà nella masticazione o nella deglutizione. Quando, nonostante le misure preventive, compare una lesione, la presa in carico deve cambiare prospettiva. Non basta chiedersi quale medicazione utilizzare: la domanda principale diventa perché quella lesione si è sviluppata e quali fattori continuano a mantenerla? La valutazione della lesione deve essere sistematica e comprendere sede, dimensioni, profondità quando rilevabile, caratteristiche del letto, essudato, margini, cute perilesionale, dolore e presenza di eventuali segni di infezione. È inoltre necessario procedere alla corretta classificazione della lesione secondo un sistema di stadiazione riconosciuto. La classificazione permette di descrivere in maniera condivisa la gravità del danno tissutale e di monitorarne l’evoluzione. Le lesioni possono essere classificate come stadio 1, stadio 2, stadio 3 o stadio 4; esistono inoltre categorie specifiche per le lesioni non stadiabili e per le lesioni da pressione dei tessuti profondi. La stadiazione non deve essere considerata un semplice dato descrittivo, ma uno strumento clinico utile a orientare la presa in carico e la comunicazione tra i professionisti. A questo punto diventa evidente un principio fondamentale: la medicazione rappresenta soltanto una parte del trattamento. Una medicazione appropriata non può compensare la presenza continua di pressione sulla lesione. Se non vengono affrontate le cause che hanno determinato il danno, il rischio è quello di ottenere un trattamento locale apparentemente corretto senza riuscire a modificare il processo patologico che mantiene la lesione. La gestione deve quindi comprendere contemporaneamente lo scarico della pressione, il corretto posizionamento, la gestione dell’umidità, il controllo del dolore, il supporto nutrizionale, la protezione della cute perilesionale e la scelta della medicazione più adeguata alle caratteristiche della lesione. Quando necessario, devono essere approfonditi anche gli aspetti vascolari, infettivi e metabolici. In questo percorso la documentazione infermieristica assume un ruolo centrale. Registrare semplicemente “lesione stabile” o “medicazione eseguita” fornisce informazioni limitate e non consente di comprendere realmente l’evoluzione del quadro clinico. Una documentazione efficace deve descrivere ciò che viene osservato in maniera oggettiva, consentendo al professionista che effettuerà la successiva valutazione di confrontare le condizioni della lesione nel tempo. Dimensioni, caratteristiche del letto, essudato, cute perilesionale, dolore, trattamento effettuato e risposta alla terapia rappresentano informazioni preziose per verificare se il percorso assistenziale sta producendo i risultati attesi. La presa in carico delle lesioni da pressione è quindi necessariamente multidisciplinare. L’infermiere assume un ruolo centrale nella valutazione e nel monitoraggio, ma il percorso può richiedere la collaborazione del medico, del fisioterapista, del dietista, dell’OSS, del podologo e, nei casi più complessi, di specialisti dedicati alla gestione delle ferite. La vera qualità assistenziale si manifesta proprio nella capacità di integrare queste competenze e trasformarle in un unico progetto rivolto alla persona. Prevenire una lesione da pressione significa, in definitiva, non aspettare che la ferita compaia. Significa riconoscere il rischio, osservare la cute, promuovere la mobilità possibile, ridurre la pressione, gestire l’umidità, garantire un adeguato apporto nutrizionale e rivalutare continuamente la situazione. Il percorso può essere sintetizzato in una semplice sequenza: valutare, prevenire, osservare, intervenire e rivalutare. La lesione da pressione non dovrebbe mai essere considerata esclusivamente come una ferita da medicare. È il segnale di una condizione di vulnerabilità che richiede un’analisi più ampia della persona e del suo percorso assistenziale. Ed è proprio in questa prospettiva che la competenza infermieristica assume il suo valore più importante: non soltanto trattare il danno già presente, ma riconoscere precocemente il rischio e intervenire prima che il danno si manifesti.

Bibliografia e sitografia

Istituto Superiore di Sanità – Sistema Nazionale Linee Guida (SNLG). Prevenzione e trattamento delle lesioni da pressione, 2025. Linea guida nazionale dedicata alla prevenzione e al trattamento delle lesioni da pressione.

EPUAP – European Pressure Ulcer Advisory Panel. Pressure Ulcer Guidelines. Risorse e linee guida internazionali per la prevenzione e il trattamento delle lesioni da pressione.

NPIAP – National Pressure Injury Advisory Panel. Pressure Injury Stages. Risorse relative alla classificazione e alla stadiazione delle lesioni da pressione.

EPUAP, NPIAP, PPPIA. Prevention and Treatment of Pressure Ulcers/Injuries: Clinical Practice Guideline. 3rd Edition, 2019.

Edsberg LE, Black JM, Goldberg M, McNichol L, Moore L, Sieggreen M. Revised National Pressure Ulcer Advisory Panel Pressure Injury Staging System. Journal of Wound, Ostomy and Continence Nursing. 2016;43(6):585-597.

Risorse online

Articolo a finalità informativa e formativa. Le indicazioni riportate devono essere integrate con la valutazione clinica individuale, le linee guida aggiornate e le procedure/protocolli adottati dalla struttura sanitaria.

Di: Ivan Santoro

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